Jefferson: La mia esperienza di bambino di strada tra baby gang, violenza e droga - Chiara Amirante

Mi chiamo Jefferson, vengo dal Brasile, sono nato a Fortaleza in una famiglia destrutturata e molto povera. Sono cresciuto solo con mia madre che, a 18 anni, poiché era incinta di me, è stata buttata fuori casa. Ha sempre lavorato per darmi tutto quello di cui avevo bisogno e per farmi crescere come una persona educata. Lei però ha continuato ad avere tanti uomini e ha avuto altri figli. 

In mezzo alla strada, ho conosciuto mio padre che era una persona drogata e alcolizzata, fino ad allora non sapevo che era mio padre. Io sono vissuto solo con i miei fratelli a cui badavo (io stesso, la mattina, li accompagnavo a scuola e così potevo andarci anch’io)  e con mia madre che lottava per riuscire a trovare un lavoro migliore per poterci sostenere. Ma non riusciva e così lei, sentendosi frustrata, ha trovato rifugio nell’alcool e ha iniziato ad andare in giro di notte nelle feste e a portare degli uomini in casa. Questa situazione mi ha fatto crescere una grande rabbia e così io ho cercato in mezzo alla strada un modo per crearmi una vita differente; ho iniziato a rubare, a spacciare droga per avere soldi e poter comprare tutto ciò che volevo, tipo una bicicletta, un cellulare, vestiti firmati e tutte quelle che sono le illusioni del mondo. In mezzo alla strada mio padre era molto conosciuto per la vita criminale che conduceva e così, in un certo senso, la sua fama mi ha aperto le strade per la criminalità. Tutti mi dicevano che io, essendo figlio di mio padre, sarei stato bravo come lui a spacciare e fare furti. Ma ciò che ho trovato è stato solo l’inferno perché vivevo fuggendo dalla polizia e dai vari nemici che mi ero creato. 

Tutti i giorni rischiavo di morire

Un giorno sono ritornato a casa e ho trovato mia madre in mezzo ad una pozza di sangue; c’era un feto che lei ha voluto abortire. Io di fronte a questa situazione non sapevo cosa fare, volevo solo togliere quel bambino da lì; non ho visto altra soluzione se non di prendere quel bambino e  buttarlo nel wc del bagno. Dopo quel mio gesto, ho perso totalmente il senso della vita e mi sono detto: “Io tanto morirò presto, allora tanto vale che io mi consegni totalmente a questa vita che fanno tutti gli altri giovani abitanti nella mia stessa strada. Inizierò anch’io a rapinare, spacciare e ad uccidere. 

Il quartiere dove vivevo è molto pericoloso e io non potevo permettermi neanche di attraversare la strada perché rischiavo di essere ucciso. Tutti i giorni rischiavo di morire, così cercavo di essere più pericoloso degli altri e andavo in giro armato e vendevo la droga per essere qualcuno. Ho vissuto diversi conflitti a fuoco sia con le diverse gang delle favelas sia con la polizia e ho avuto per anni un proiettile dentro il corpo. Una notte ho usato molta più cocaina del solito e avevo contratto un debito altissimo da pagare al trafficante. Per riuscire a pagarlo sono dovuto andare a rubare di nuovo, ma la polizia quel giorno mi ha arrestato. 

Nel carcere minorile

Ho compiuto il mio 15esimo compleanno nel carcere minorile e mia madre venne a portarmi un dolce per festeggiarmi, ma senza riuscirci perché la polizia non la voleva far entrare, avendo paura che avesse nascosto della droga dentro il dolce. Questo episodio mi aveva fatto venire tantissima rabbia in particolare contro me stesso per aver messo mia madre in una situazione come quella, sapendo invece quanto lei fosse una donna che aveva speso tutta la sua vita per noi figli.

Quando sono uscito dal carcere volevo cambiare vita, ma invece ho ricominciato peggio di prima. Mia madre si è dovuta trasferire perché stavo rovinando sia la mia vita che la vita della mia famiglia. Lei non poteva neanche più uscire di casa perché i miei nemici tentavano di prenderla e ammazzarla per vendicarsi di me e così se ne è dovuta andare lasciandomi lì, solo. Da quel momento anche i miei cosiddetti “amici” mi hanno abbandonato. Una notte ho abusato tantissimo di droga e mi sembrava che il mio cuore esplodesse; mi sono guardato intorno e ho capito che avevo distrutto tutta la mia vita.  In quel momento chiesi a Dio che, se fossi sopravvissuto almeno fino all’alba, perché stavano cercando di uccidermi, avrei fatto di tutto per cambiare vita e avrei cercato aiuto. E finalmente, quando arrivò l’alba, andai da un mio fratellastro che ha la mia stessa età e gli ho detto : “Fratello, io mi prendo un tempo e vado via da qui, anche se non so dove andare” e lui mi rispose: “vai con la fede”.  

Volevo vendicare l’omicidio di mio fratello

Andai a vivere in un paesino lontanissimo da dove abitavo e lì trascorsi tre mesi. Durante quei mesi riuscii a parlare di nuovo con mio padre che mi informò di essere entrato  nella comunità Nuovi Orizzonti, dove stava facendo il programma terapeutico. Gli chiesi se sarei potuto andare a passare qualche giorno in comunità da lui, perché era successo una cosa tragica: avevano ucciso il mio fratellastro, proprio quello che mi aveva salutato dicendomi “vai con la fede”. 

 Appena arrivato nella comunità che si trova a Fortaleza mi hanno accolto con un semplice abbraccio: con quell’abbraccio mi sono sentito amato, cosa che non avevo mai provato in vita mia. Tutti i pensieri del mondo e le idee di tornare a vendere la droga, di  vendicare l’omicidio di mio fratello, di rubare di nuovo e di fare tutto quello che facevo prima, sono scomparsi nel nulla semplicemente attraverso l’abbraccio che ho ricevuto appena sono arrivato. Davvero mi sono sentito accolto e per la prima volta nella mia vita ho sentito una pace profonda nel cuore e ho sperimentato cosa significa sentirmi a casa. Mi sono ricordato delle parole di mio fratello – “Vai nella fede!” – così è andata via la rabbia e il rancore, grazie soprattutto alla meditazione del vangelo che facciamo tutti i giorni. 

Un giorno, meditavamo quel passo del Vangelo che dice: “molti sono chiamati e pochi sono gli eletti”. Mi sono sentito chiamato e scelto contemporaneamente per far parte di un’Opera come questa che è differente da tutto quello che avevo vissuto prima, perché qui si vive l’amore, la gioia e la pace che io vedevo nel sorriso delle persone della comunità, un sorriso totalmente differente da tutto e questo mi faceva sentire nel cuore il bisogno di averlo anch’io. Alla fine ero solo un ragazzo di 16 anni. Non avevo avuto un padre presente per potermi istruire alla vita e avevo una mamma che si ammazzava di lavoro tutti i giorni, ma che beveva e nascondeva tutta la sua sofferenza sfogandola nell’alcool e in una sessualità senza controllo, e io un giovane che voleva conquistare qualcosa nella vita, anche se nel modo sbagliato.

Entrato in comunità, a ottobre avrei compiuto 17 anni. Il giorno del mio compleanno coincideva con la  festa di tutti i consacrati. Mi dicevo: Ma tanto, nessuno lo sa che è il mio compleanno, sono appena arrivato…”.  Un responsabile mi venne a prendere al centro di recupero e mi portò alla festa: siamo stati tutti insieme a pranzo, abbiamo fatto il bagno in piscina, quando all’improvviso Rosi (una operatrice) si presentò davanti a me con un dolce e ha intonato il canto: Tanti auguri a te! Era il mio primo compleanno festeggiato da qualcuno.

Uno strappo durissimo

Quando ho compiuto 18 anni – proprio quando avevo incontrato Gesù e mi ero deciso a servirlo e ad amarlo – è arrivata la polizia in comunità per portarmi in carcere per scontare le condanne precedenti. È stato un ritorno al passato ed uno strappo durissimo. La comunità non mi ha mai abbandonato venendo a visitarmi in carcere una volta al mese e io ho cercato di vivere il vangelo anche in carcere pregando, meditando, evangelizzando. Non è stato facile anche perché in carcere si trova di tutto, ma ho fatto tesoro di tutto quello che avevo imparato. Gli assistenti sociali sono rimasti così colpiti che il giudice mi ha dato la buona condotta e ha abbreviato la pena capendo che quello non era più il posto per me. A quel punto ero libero e potevo andare ovunque nel mondo, ma io ho scelto di tornare in comunità.

Ho chiesto di fare un percorso di donazione totale, perché sentivo il desiderio di consacrarmi a Dio dentro questo carisma diventando un piccolo della gioia. Tutti i giorni durante la Messa dopo la comunione, i consacrati recitano la preghiera dei piccoli della gioia e dentro di me sentivo un fuoco che mi spingeva a dire anch’io il mio sì a Dio e di consegnare il mio niente nelle Sue mani. 

Dopo un anno che ero in comunità, mi è successa una cosa che non avrei mai pensato mi potesse accadere: ho iniziato a sentire l’amore per gli altri e scoprivo in loro quel Gesù di cui mi parlavano, e del quale si parla in Chiesa. Ho iniziato a vederlo in un ambiente particolare: in strada, nei ragazzi di strada abbandonati e buttati per terra. Lì c’era Gesù Abbandonato. Ho sentito forte il suo Amore in quegli abbracci sinceri che non vogliono niente in cambio, che ti fanno sentire amato per quello che sei, io Jefferson. Ora grazie a Dio ho una nuova prospettiva di vita e vedo ogni giorno tante vite che cambiano attraverso semplici gesti. 

Oggi mi impegno per portare la gioia ai ragazzi che vengono dal mio stesso inferno

Oggi ho 21 anni e grazie a tutto quello che ho vissuto in comunità, mi sono consacrato a Dio perché desidero fare della mia vita un grazie di amore al suo Amore. Ora il mio modo di pensare è totalmente differente, perché in comunità ho imparato ad amare e ad essere amato. 

Vivo nella Cittadella Cielo a Fortaleza dedicandomi ai ragazzi che vengono dal mio stesso inferno e cerco di aiutarli ad incontrare Gesù. Nella Cittadella abbiamo una grande falegnameria dove costruiamo mobili, tavoli, banchi, sedie ed oggetti in legno: da quel luogo di lavoro escono molti talenti da persone che prima distruggevano soltanto come me, e adesso costruiscono. Tutto questo mi ha conquistato nel decidere di rimanere in comunità; il nostro non è solo un lavoro ma c’è un forte lato spirituale come la preghiera, l’ascolto di quello che Gesù mi chiede di fare, la condivisione, tutte cose che ti trasformano dal di dentro. È questo il nostro quotidiano in comunità, non solo lavoro ma anche spiritualità: si uniscono queste due componenti insieme all’evangelizzazione, all’annuncio del vangelo dell’amore di Dio alle altre persone, attraverso le testimonianze nelle scuole, nelle carceri, nelle piazze, nelle favelas.  

Questo anno sono stato tre mesi qui, nella Cittadella Cielo a Frosinone, per formarmi, facendo un’esperienza meravigliosa vicino a Chiara, la nostra fondatrice, e conoscendo altri fratelli di cammino. Mi sento felice e posso dire che ho trovato la famiglia di cui avevo bisogno che si chiama Nuovi Orizzonti e desidero portare questa felicità a più giovani possibili che sono ancora all’inferno come lo ero io.